Shame: recensione e trailer con commenti di Steve McQueen e Michael Fassbender

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Shame locandinaGuardando Shame potreste provare l’impulso di alzarvi e andarvene, di prendere una bella boccata d’aria, potreste non resistere fino alla fine. E Steve McQueen lo sa bene, perchè il suo film, fino all’interessamento dell’indipendente e audace Fox Searclight, aveva stentato a trovare distributori e spazi promozionali.

Lui si dice non interessato al mercato, ma coltiva piuttosto la speranza che il suo film contribuisca a far maturare consapevolezza nei confronti di un tema, quello della dipendenza sessuale, di fronte al quale molti preferiscono “nascondere la testa sotto la sabbia”:

“E’ una situazione che le persone conoscono, ma la vedono per la prima volta e ne sono consapevoli. E’ straordinariamente importante ma nessuno ne parla. E non si tratta solo di dipendenza dal sesso, ma di dipendenza in generale e di vivere in un mondo nel quale non necessariamente abbiamo il controllo della nostra volontà. Volevo mostrarci per quanto siamo fragili. E questo non è bello da vedere”.

Un paio di anni fa, a pranzo con Abi Morgan (recentemente assurta alle cronache cinematografiche per essere la sceneggiatrice di “The Iron Lady”, e nella giornata di oggi per essere candidata ai BAFTA 2012 proprio per la sceneggiatura di Shame) il regista britannico intavolò una discussione sulla pornografia e sulla dipendenza da sesso durante la quale decise che quello sarebbe stato il soggetto del suo prossimo film. Insieme alla scrittrice cominciò a fare ricerche sul tema, ma Londra si dimostrò un territorio poco accogliente, refrattario:

Purtroppo, ci siamo imbattuti in un vicolo cieco perché nessuno a quel tempo voleva parlare con noi. È un po ‘strano perché in quel momento a livello mediatico c’era una grande attenzione verso la dipendenza dal sesso. Allora ho pensato ‘ho bisogno di parlare con esperti del settore’.

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La pista che Steve aveva deciso di seguire lo condusse allora a New York, dove riuscì ad entrare in contatto non solo con due esperti in materia, ma anche con persone afflitte da questo tipo di dipendenza, o che erano riuscite a combatterla. A quel punto girare il film nella metropoli statunitense è stato automatico. E per la sua riuscita si è trattato sicuramente di una scelta adeguata, poiché New York, abilmente fotografata da Sean Bobbitt, con i suoi svettanti grattacieli, le folla atomizzata delle sue metropolitane e delle sue strade, la pullulante, promiscua, sotterranea e spesso invisibile ed emarginata vita notturna, è una tela che di volta in volta avvolge, esalta, inghiotte la vita del protagonista, che la vive in lungo e in largo, e dall’alto ai bassi più profondi.
Brandon è un trentenne di successo, segretamente sesso-dipendente, la cui routine quotidiana ci viene mostrata nei primi venti minuti della pellicola. Il fotogramma iniziale ci mostra dall’alto Michael Fassbender steso nel suo letto. Lo avevamo già visto in una inquadratura molto simile, in una scena intensamente drammatica di “Hunger” il film per cui McQueen lo scelse la prima volta e che costituì per lui un brillante e fortunato trampolino di lancio. Il produttore Iain Cannings individua nella centralità del corpo il nesso fra i due film, ma chiarisce:

Hunger era il racconto di un uomo che non aveva libertà e usava il proprio corpo per creare l’unica libertà che poteva; in Shame raccontiamo la storia opposta: quella di un uomo che ha tutte le libertà, ma che usa il suo corpo per creare la propria prigione.

Dalla stanza da letto la scena si sposta poi e si confonde, con i frammenti di in un ammiccante viaggio in metropolitana, in un crescendo coinvolgente ben orchestrato sulle note della musica che Hans Zimmer scrisse per “La sottile linea rossa”. Siamo invitati da questo vortice di scene a seguire Brandon nell’alternanza di luce ed ombra che è la sua vita.
E ci vengono mostrati dettagli di corpi, nella loro sfrontata nudità, e ripetuti momenti di un’intimità esasperata, ripresi da infinite prospettive e angolazioni da una camera che registra le movenze di Brandon dall’alto, di spalle, attraverso il vetro della doccia, seguendolo ovunque e non nascondendo nulla (ma badate all’abilità con cui il regista evita nei momenti più intimi il volto di Brandon), neanche ciò davanti a cui lo spettatore potrebbe sentirsi disturbato. Ma non si tratta di una provocazione fine a se stessa, quanto di una scelta che risponde ad una precisa, ed estrema in questo caso, scelta di poetica del regista, che ci piaccia o no. Per McQueen essere artisti significa creare qualcosa che ritrae la realtà, e a volte non necessariamente si è disposti a vedere la realtà per quella che è.

Vogliamo fuggire da noi stessi. Penso che il cinema è in qualche modo un posto nel quale noi effettivamente possiamo vedere noi stessi e avere un’idea o valutare noi stessi per dove siamo arrivati e come ci siamo arrivati.

Forse è per questo che il film è pieno di specchi, di riflessi. Così come è pieno di linee geometriche, spigolose, che squadrano le scene e di spazi vuoti che vengono esaltati dai contrasti fra luci e ombre, così come le porte, e le finestre, soglie di passaggio e di visibilità fra l’interno e l’esterno svolgono pure una loro funzione nel connotare psicologicamente lo spazio. Perchè Brandon è abituato a contenere, contenere se stesso e la vergogna per la maggior parte del tempo, e in molti momenti del film sembra davvero contenere troppo, facendosi pesantemente carico della responsabilità che l’inseguire e soddisfare continuamente il desiderio comporta, e a tenere in ordine, a separare ciò che emerge pubblicamente della sua vita, e ciò che deve essere nascosto, colpevolmente, continuamente. Brandon è impeccabilmente elegante, composto, misurato, glaciale, metodico, anche quando insegue il suo bisogno. Questo equilibrio viene interrotto quando appare Sissy (Carey Mulligan, abile quanto Fassbender nella sua interpretazione), la sorella emotivamente instabile che condivide con lui lo stesso vuoto (forse eredità di un oscuro comune passato) ma non le stesse modalità per colmarlo.

“Brandon è un introverso, che sta implodendo. Sissy è un’estroversa che sta per esplodere. Sono due persone che vengono dallo stesso background, ma ovviamente quello che c’è dietro li ha influenzati in modo diverso”

Shame

Quale peso è scivolato sempre più a fondo scavando in loro il vuoto che cercano di colmare in modi che piuttosto che alla libertà e alla redenzione li portano a perdersi e distruggersi? Non lo sappiamo e il regista non sembra intenzionato a rivelarcelo.

“Per la maggior parte del tempo noi non usiamo effettivamente il linguaggio per raccontarci la verità. Spesso lo usiamo per occupare il tempo. Nei film questo si traduce nel fatto che le persone spesso parlano della loro storia e del loro passato, ma nella realtà questo non avviene mai. Mi piace l’idea che il pubblico faccia la conoscenza di Brandon come ci si presenta normalmente a qualcuno quando lo si conosce per la prima volta”.

McQueen ha quindi fatto entrare il pubblico in sala mentre la vita di Brandon si stava svolgendo, senza spiegare, senza rivelarci l’antefatto (e nello stesso modo il pubblico abbandonerà Brandon, lasciandolo ad una vita che scorre in una direzione che non possiamo conoscere). E’ il non detto, quello che scorre sotterraneamente, che interessa, contrariamente a quanto si potrebbe pensare considerando la quantità di cose che il film invece MOSTRA implacabilmente.

Ne sono una prova la scena del ristorante, apparentemente tranquilla ma densa di tensione, in cui Sissy canta un’estenuante ma affascinante versione blues di “New York New York” e in cui la camera si sofferma alternativamente a riprendere per lunghi ed infiniti istanti i volti di fratello e sorella assorti o sofferenti, e il dialogo a tre che ne segue, in un’intera lunga e coreografica ripresa. E mettono alla prova la capacità dello spettatore, non di sapere, non di comprendere, ma di intuire, di “sentire” la corrente emotiva che scorre nei e fra i personaggi.

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Una corrente emotiva che si fa sempre più tesa, sempre più scoperta man mano che la convivenza forzata di Brandon e Sissy mette a nudo le loro fragilità e debolezza fino ad un intensissimo e serrato confronto ripreso di spalle in cui i volti dei due personaggi, di profilo, si avvicinano incredibilmente mentre le parole che pronunciano li allontanano non soltanto gli uni dagli altri ma anche da se stessi. Da questo momento per entrambi comincia una discesa negli inferi che dura tutta una notte: noi continuiamo a seguire Brandon, nella parte più genuinamente oscena del film, fra un approccio sfrontato con una sconosciuta in una bar, un tour a luci rosse in un club per omosessuali, e una lunghissima scena che potrebbe far bollare il film come pornografico, che culmina con l’inquadratura sulla volto di Brandon. Adesso si, lo guardiamo proprio negli occhi mentre si sta perdendo: non è piacere quello che vediamo, ma sofferenza, stordimento, letteralmente autodistruzione e voglia di perdersi, anche se Fassbender, eccezionale in tutto il film supera se stesso riuscendo ad infondere in questo personaggio, dalla turbe disturbata in modo quasi mostruoso, l’umanità, un lampo di consapevolezza che scorgiamo per un attimo nel suo sguardo e che ci fa sentire che Brandon, al di là della gabbia del desiderio che lo attanaglia e lo corrompe fino a deformarlo, c’è ancora. Ed è quello che l’attore si è sempre proposto per tutto il film:

Ero molto appassionato dai personaggi e dall’idea che ognuno prova a stabilire un contatto o a cercare aiuto umano (Brandon di fatto ci prova, quando cerca di stabilire un contatto con una sua collega, senza riuscirci). E’ difficile essere umani e là fuori. Siamo tutti fragili a modo nostro e stiamo tutti cercando di trovare la nostra strada. Quello che il film mi trasmette è la grande umanità che porta queste persone a pensare di aver bisogno dell’aiuto di qualcuno.

Brandon è costretto a risvegliarsi dal suo percorso di autodistruzione quando un incidente sembra riportarlo alla realtà e riconnetterlo con l’unico filo di affettività che lo lega ad essa. Nel climax drammatico del film noterete un gioco di contrasti fra il bianco dell’appartamento di Brandon e il rosso che si spargerà come risultato del parallelo e radicale processo di autodistruzione scelto invece da Sissy. Ma abbandonate la fissità del bianco della sua fragile costruzione e il trauma del calore del sangue, sarà la pioggia che scende su una grigia New York a lavare via la frustrazione, la tristezza, e a permettere a Brandon di abbandonarsi al pianto, e alla propria umanità. Ma sta cambiando davvero qualcosa?

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Costruito strutturalmente come una sorta di racconto di formazione, di viaggio, Shame ha in realtà una struttura che alterna e incrocia simmetrie, nelle situazioni e nelle modo di registrarle e presentarle, inquadrandole in una struttura circolare che trova compimento nella scena finale del film: ritroviamo Brandon seduto in metropolitana, nella stessa identica situazione di partenza, ma sta a noi capire se questa volta il ciclo ricomincerà identico a quello che abbiamo visto -se siamo riusciti ad arrivare alla fine dei 135 minuti, si intende – o se subirà delle variazioni. E forse non è neanche questo il punto. Il regista infatti definisce il film in modo perfetto quando sostiene che

Shame non è un film per cui bisogna cercare di comprendere, ma solo cercare di negoziare, di scendere a patti con qualcosa che ci circonda, che è intorno a noi.

Per quello che si propone di mostrare e di raccontare non possiamo che concludere che “Shame” è un film riuscito, sofisticato nel suo tentativo poetico e insieme spietatamente realista di comporre i pezzi in disfacimento di due vite tragicamente ai margini, ma fatalmente inserite nella quotidianità e nella normalità.

Il trailer:

(Interviste: collider, hollywoodreporter)

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Posted by Ramon   @   18 gennaio 2012

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