L’idea di realizzare un film sulla vita di J. Edgar Hoover, enigmatico e problematico personaggio alla guida dell’FBI sotto otto presidenti dal 1924 al 1972, nasce dalla collaborazione fra lo sceneggiatore Dustin Lance Black, premio Oscar per Milk nel 1999, ed il produttore Brian Grazer. Accolta ma poi scartata dalla Universal per motivi di opportunità finanziarie, l’idea trovava poi uno sbocco per la realizzazione grazie all’interessamento della Warner Bros, occorso quando Grazer si è assicurato la collaborazione di Clint Eastwood.
Il nome di Eastwood rappresentava una garanzia soprattutto per le sue note capacità di realizzare film in odore di Oscar a costi contenuti: effettivamente J. Edgar è costato la modica cifra di 35 milioni di dollari, comportando solo 39 giorni di ripresa.
Ciò ha sicuramente messo un po’ sottopressione l’intero cast, costretto a lavorare a ritmi quasi nevrotici, a ripetere una scena per non più di due o tre volte, o a preparare scenografie particolarmente complesse a velocità record (la scena del bombardamento della casa ad inizio film è stata girata in un’ora).
Sorge il dubbio che proprio da questo contenimento di costi e di tempi dipendano alcuni difetti riscontrabili nel film, come lo scarso lavoro su personaggi comprimari che sembrano rendere poco, ingabbiati in espressioni e psicologie monolitiche e poco sviluppate (la segretaria e la mamma di Hoover, interpretate da Naomi Watts e Judi Dench), o come il lavoro sul trucco, che per quanto passabile su Leonardo Di Caprio non raggiunge livelli di verosimiglianza e di credibilità sufficienti sugli altri attori, soprattutto su Armie Hammer (che interpreta il braccio destro di Hoover, Clyde Tolson). Nonostante questi difetti il film comunque si assesta sugli standard di qualità visiva cui Eastwood-regista ci aveva abituati. Le premesse per aspettarsi un capolavoro sembrano esserci quindi tutte: sceneggiatore e regista fregiati da premi Oscar, e attore più volte candidato all’ambita statuetta, e la storia controversa di un uomo di potere, importante perché si intreccia per quarant’anni con la storia più profonda e sotterranea degli U.S.A. Al di fuori dei confini statunitensi la figura del capo dell’FBI non è conosciuta e discussa quanto nella sua nazione, ma forse non è per questo che si esce dalla sala con un senso di insoddisfazione, di incompiuto, quasi come se non si afferrasse la necessità di questo film.
Il giovane sceneggiatore si è destreggiato fra una mole non indifferente di resoconti reciprocamente contraddittori, influenzati per lo più da ragioni politiche e poco illuminanti per quanto riguarda gli aspetti più intimi della personalità di Hoover. Che è poi il punto che sembra rivestire maggiore interesse per Black. C’è da chiarire che sulla vita di Hoover, oltre ad essere stato scritto molto, sono stati girati una serie di film tv e nel 1977 un film di Larry Cohen: tutti indagavano prettamente le fasi della sua ascesa e della sua pluridecennale carriera, e talvolta i suoi lati più politicamente e civilmente scorretti. Predilezione dettata non solo dalla convinzione dell’importanza assoluta della sua influenza, spesso negativa, su determinati sviluppi della politica americana, ma soprattutto dall’assenza di notizie certe sulla vita privata del personaggio. Il film di Clint Eastwood rappresenta però rispetto a questa tendenza una deviazione, chiarita proprio da Black, il quale ha affermato di voler mettere in luce gli aspetti più umani di Hoover, al di là e nonostante le più diffuse convinzioni, e di voler capire come la concentrazione di potere nelle sue mani, e gli sforzi per preservarla, influirono sul suo senso morale e sulla sua integrità psicologica. La prima osservazione da fare è che nell’indagare gli aspetti più attinenti la sua vita privata, le sue relazioni interpersonali e le sue debolezze, e nel ricostruire la psicologia di Hoover, repressa, complessata, paranoica, il film attinge a piene mani proprio da quel bagaglio di convinzioni ed illazioni già note e diffuse e mai supportate da prove certe, senza rivelare né niente di nuovo né niente che sia dichiarabile come vero.
Il rischio è quello di restituire non solo una visione distorta del personaggio, e storicamente scorretta, ma anche di non riuscire a rendere ragione dello sviluppo della sua personalità, e dell’integrazione fra la sua rappresentazione sulla scena pubblica e la sua rivelazione nella sfera intima. Non esiste un momento del film in cui si chiarisce come le due anime di Hoover, quella determinata e organizzata del direttore, e quella insicura e repressa possano convivere, c’è una tensione fra le due sfere, quella pubblica e quella privata, che non sembra risolversi e della quale non viene data spiegazione. Il problema non è l’interpretazione di Di Caprio, che in ogni scena ha fatto esattamente quanto doveva per rispondere alle esigenze del copione, ma la costruzione stessa della sceneggiatura, la forzatura e l’insistenza poco equilibrata su alcuni lati buii del carattere di Hoover, e probabilmente, anche la volontà di concentrare in due ore quarant’anni in cui si intrecciano momenti topici della storia americana e una storia personale, attraverso salti temporali che talora possono spiazzare lo spettatore (anche se hanno il merito di conferire dinamicità e interesse alla narrazione).All’inizio del film Hoover dichiara l’intenzione di raccontare la SUA versione della storia, ma dovremo attendere la rivelazione finale perché la sua rappresentazione distorta sia smascherata dall’artificio cinematografico. L’idea non è malvagia, perché Hoover in vita era solito diffondere versioni della realtà e del suo ruolo in determinate vicende non corrispondenti a verità, ma le bugie ed i sotterfugi più interessanti, e influenti, della sua carriera non vengono comunque svelati dal film, che invece su quegli aspetti sorvola oppure si accorda con le versioni ufficiali. Vi è appena qualche intelligente accenno alle scaltre macchinazioni di potere a danno dei diversi presidenti degli Stati Uniti, tutti ricattabili e ricattati puntualmente dal direttore dell’FBI.
Tuttavia, mentre le distorsioni di Hoover vengono – parzialmente – messe a nudo, quelle circa la sua vita privata vengono fatte passare come costitutive, anche quanto non basate sulla realtà. Due sono le spie di questo atteggiamento: la rappresentazione dell’omosessualità di Hoover e l’accenno alla sua tendenza al travestitismo. C’è un momento del film in cui Hoover e Tolson, sospettati di essere amanti (lavoravano praticamente 24 ore su 24 a stretto contatto e che non presero mai moglie), hanno uno duro scontro, prima verbale e poi fisico, in una stanza d’albergo. Discutono di gelosia, del loro rapporto, e la scena termina con Tolson che stampa un bacio sulla bocca di Hoover (qui sotto la scena dell’albergo). Black sostiene di aver incluso questa scena perchè basata su racconti di persone che alloggiavano nelle camere adiacenti e che avevano sentito più di una volta rumori di combattimenti provenire dalle camere occupate dai due. Lo stesso criterio di aderenza alla realtà è quello che Black e Eastwood usano per spiegare la scelta di non mostrare scene di sesso fra Hoover e Tolson.
Il capo dell’Fbi venne inoltre accusato di essersi travestito e di essersi lasciato andare a comportamenti omosessuali durante un party pubblico da una donna, la quale nutriva però un forte rancore nei suoi confronti e che venne successivamente riconosciuta come inattendibile. Eastwood ha ritenuto che ci fosse una dose di verità in tutte le accuse, ma non potendo girare la scena descritta dalla donna perché appunto inattendibile, ha deciso di suggerire ambiguamente la tendenza al travestitismo in un momento di alta tensione drammatica del film, quello seguente la morte della madre. La stessa furbizia sta nel non mostrare le scene di sesso esplicitamente, ma nel suggerire l’inclinazione omosessuale dei due protagonisti per tutto il corso del film, facendola di tanto in tanto emergere nei dialoghi e nei gesti, e neanche troppo velatamente.
Si tratta di una scelta deliberata del regista:
Preferisco lasciare che la storia stimoli l’immaginazione.
In un duro articolo che ha voluto pubblicare sul suo sito il regista Larry Cohen ritiene che la questione dell’omosessualità sia distorta gravemente in J. Edgar, e punta il dito contro la scarsa considerazione dell’epoca in cui Hoover era cresciuto e in cui era normale per uomini scapoli vivere con i loro genitori (Hoover visse con i suoi fino ai 40 anni). Cohen dichiara di aver coperto questa, e l’accusa di travestitismo, in modo responsabile nel suo film del 1977: “ho cercato di sostituire i fatti alle dicerie”.
Per quanto riguarda invece la tematica del potere credo che il film riesca a descrivere bene la tensione psicologica e l’ambizione di Hoover, la sua tenacia e caparbietà, spinta fino alla mancanza di qualsiasi scrupolo, nel conquistare il potere e mantenerlo, e l’identificazione della sua stessa vita con la “missione” all’FBI, sentita quasi come una creatura propria, e la difesa degli ideali americani. E credo che si possa infatti distinguere il film in due livelli, quello della rappresentazione delle sue turbe più intime e quello più riuscito della rappresentazione della psicologia del potere di Hoover. Questo livello ci appare notevolmente impreziosito dall’interpretazione di Di Caprio, sia nelle scene delle perorazioni davanti al Congresso per difendere e promuovere l’attività del Bureau che in quelle che illustrano negli aspetti più tecnici del suo lavoro, e in quei pochi accenni alle sue scaltre macchinazioni con i presidenti. Ma anche in relazione a questi momenti lo sceneggiatore opta per delle scelte che possono risultare poco rappresentative e poco attinenti alla realtà storica dei fatti.
E ciò sorprende dal momento che la prima bozza dello script è stata discussa a tavolino non solo fra Black e Eastwood, ma anche integrata e corretta grazie alla consulenza dell’FBI. La parte in cui il film riesce globalmente meglio, per coerenza e ritmo, è quella dalla ricostruzione di come venne risolto il caso del rapimento Lindberg, scelto per mettere in risalto l’apporto fondamentale di Hoover nel processo di aggiornamento, miglioramento e razionalizzazione delle tecniche di investigazione dell’FBI. Parte che era anche più consistente nel primo cut del film, della durata di circa tre ore (rispetto alle due ore e un quarto della versione definitiva). Tuttavia, James di Eugenio, storico statunitense, ha scritto una puntuale critica di come il film affronta gli aspetti più problematici della Storia, e ve ne riportiamo una parte sulla quale crediamo di essere abbastanza d’accordo:
Ha lasciato fuori gli aspetti negativi della carriera di Hoover. Poi, nel considerare la realtà e la storia dei tre episodi che descrive (i raid contro i radicali, il rapimento Lindberg, le pressioni su King) ha lasciato fuori gli elementi chiave, con il risultato di far apparire Hoover in una luce più sfumata.
Black ha sostenuto che una biografia è utile nel momento in cui aderisce alla realtà informando sugli errori del passato per fare in modo che non siano più commessi. Ma dopo aver visto il film, ed aver chiarito la fonte della nostra insoddisfazione, siamo quasi portati a concludere che o J. Edgar, per quanto complessivamente godibile, non è una biografia (quanto piuttosto il ritratto liberamente interpretato di un personaggio storico) o è inutile.
Di seguito il trailer di “J. Edgar”
Approfondimenti
- Il film di Larry Cohen
-La critica di Larry Cohen a J. Edgar: www.larrycohenfilmmaker.com/clint-eastwoods-hoover-bio-starring-dicaprio-getes-it-all-wrong - L’articolo di James di Eugenio: http://consortiumnews.com/2011/11/30/clint-eastwoods-dishonest-j-edgar/
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